Esattamente un anno fa si teneva il secondo incontro della rassegna poetica “MediumPoesia: Poesia e Contemporaneo”, organizzata da Lampioni Aerei in collaborazione con MediumPoesia e il negozio civico ChiAmaMilano. Durante questo secondo appuntamento abbiamo affrontato il tema “Strumenti critici e diffusione della poesia”, guidati dai relatori Michele Milani e Francesco Ottonello, anche fondatori di MediumPoesia, e con i poeti Fabio Pusterla e Cristiano Poletti.

Da sinistra: Michele Milani, Francesco Ottonello, Cristiano Poeletti e Fabio Pusterla.

Questo incontro si muove, quasi del tutto, sul piano della contemporaneità e dei problemi che porta con sé. 

La lettura della poesia “Le parentesi” di Fabio Pusterla apre le porte ad una questione sempre attuale, ovvero quale sia oggi il ruolo sociale della poesia e se nel mestiere del poeta ci sia una qualche forma di impegno etico.

A rispondere per primo è l’autore della poesia, secondo cui l’unica vera funzione etica possibile nella poesia si trova nell’interrogare le parole, intese come lo strumento principale con il quale ciascuno di noi costruisce il proprio rapporto con il mondo. 

Per Poletti, che non ama la poesia civile, la sola etica possibile si trova nella capacità della poesia di interrogare l’io, tanto vituperato e messo al bando nel secolo scorso.

In questa contemporaneitànon si può non guardare al dominio dei nuovi media (televisione, cinema, musica, web 2.0), destinati a radicarsi sempre di più nei nostri modelli culturali.  Gli ospiti sono dunque chiamati a rispondere su come la poesia contemporanea sia influenzata e in quale modo da questo cambiamento culturale.

Poletti si dice disposto ad entrare in dialogo con queste nuove forme e fa riferimento in particolar modo al mondo del visivo declinato nelle arti del cinema e della fotografia. “Credo che molte poesie possano partire da una fotografia. Il cambiamento dei mezzi non muta l’indole di quello che si va scrivendo” dice.

Fa sorridere la confessione di Pusterla che ammette quanto gli piaccia scrivere sulla tastiera per “vedere le parole che salgono su velocemente come pesciolini nell’acqua”. Lui, tuttavia, non crede all’influsso nefasto che questo nuovo linguaggio mediatico avrebbe, né al fatto che i nuovi media cambino particolarmente il mondo della poesia, né dalla parte di chi scrive né da quella di chi legge. La poesia ha una bolla di sopravvivenza piccola, ma proprio per questo abbastanza solida, che in qualche modo la tutela da questo “orrore di mancanza di rispetto”. Il mutamento dei media corrisponde, come anche Pasolini credeva, ad un grande mutamento antropologico che ci fa sembrare che la nostra vita sia meno sensata ed utile di prima. In questa nuova condizione, di cui naturalmente fanno parte i nuovi linguaggi, a Pusterla sembra che la condizione di asfissia e di solitudine delle persone, il bisogno di una parola che ci riconduca alle profondità che stanno dentro di noi, costituisca l’unità della poesia contemporanea. Così, quasi paradossalmente le condizioni esterne che sembrano più avverse di quanto non lo fossero in passato, sono invece quasi più favorevoli alla sopravvivenza, alla permanenza, al bisogno di “poesia” e di parola.

Si giunge dunque ad interrogarsi su un nodo cruciale di questa epoca (o forse di tutte) cioè il bisogno di poesia e di poetico che caratterizza la natura umana e che si declina nella modernità appunto con la possibilità di ritrovare il “poetico” in nuove forme di media.

Pusterla cita Fernanda Pivano, una delle grandi figure della storia della poesia europea del Novecento, nota per essere stata traduttrice della Beat Generation e di Spoon River, che ha detto più volte: “Secondo me oggi i veri poeti sono i cantautori” e le dà in parte torto ed in parte ragione. Se è vero infatti che il cantautorato possiede la capacità di raggiungere un vasto pubblico, che ascoltando De Andrè, De Gregori, Guccini e tanti altri, può in qualche modo soddisfare il bisogno di poetico, è anche vero che i linguaggi non corrispondo. Se anziché ascoltare una canzone di De Andrè fruissimo del nudo testo sulla pagina, come avviene per la poesia, otto volte su dieci dovremmo dire che quel testo è debole. Diventa chiaro così che quello stesso testo è assolutamente legato alla musica, con la quale si trova in costante dialogo.

Ecco allora che il bisogno di poesia sembra trovare espressione in altri canali, come la canzone, che se certo non saranno mai “poesia”, possono comunque essere “poetici” e rispondere, almeno in parte, a quel bisogno ancestrale di profondità di cui l’anima umana ha bisogno di nutrirsi. 

Giorgia Vullo


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