Poesia, stile e cura

Il 2 aprile scorso, presso il negozio civico ChiAmaMilano, si è svolto il quarto ed ultimo incontro della seconda edizione della rassegna poetica “Medium Poesia: Poesia e Contemporaneo”. Ospiti di questo incontro conclusivo sono stati Antonio Riccardi e Stefano Dal Bianco, accompagnati da Francesco Ottonello e Silvia Righi in veste di relatori.

"Poesia stile e cura" | MediumPoesia: Poesia e Contemporaneo, 2° edizione, 4° incontro

Dopo alcune letture che hanno introdotto i due ospiti e alcune delle loro opere al pubblico, a Riccardi e Dal Bianco è stata posta una domanda, diventata ormai liturgica nel modus operandi della rassegna, riguardo il rapporto fra poesia e contemporaneità. Da un lato Dal Bianco ha portato all’attenzione il bisogno di stare dentro la tradizione novecentesca, di viverla dinamicamente attraverso, per esempio, la scelta del verso libero; dall’altro Riccardi ha risposto con una contro-domanda, chiedendo ai relatori e al pubblico se sia davvero possibile fare poesia senza rapportarsi con la propria tradizione. Una tradizione che può essere criticata, amata o idolatrata, ma che certamente va conosciuta in profondità per poter produrre buona poesia.

In riferimento agli studi di Dal Bianco, che si è occupato di Ariosto e Zanzotto in primis, e al lavoro di Riccardi, per molti anni direttore editoriale di Mondadori, la seconda domanda posta dai relatori si è concentrata sul rapporto con i poeti con cui o su cui si lavora. Come hanno influito questi poeti sugli ospiti?

Dal Bianco, portando la sua personalissima esperienza, ha trovato nello studio di altri poeti un modo insolito e forse più profondo di penetrare nella psiche degli autori di cui ha via via trattato. Barcamenandosi fra le ottave di Ariosto e i versi di Zanzotto, Dal Bianco ha avuto l’occasione di studiare poetiche tra loro diversissime, prendendo da esse i loro lati buoni e cattivi, i loro effetti benefici e malefici. Ha infine ammesso che studiare altri poeti aiuta a trovare le parole per quello che si vuole scrivere.

D’altro canto Riccardi, con una risposta più concentrata sul mondo editoriale, ha dipinto un ritratto molto fragile della poesia contemporanea, in balia, come il resto del commercio librario, ai gusti del pubblico.

Tornando poi alla produzione poetica dei due invitati, la terza domanda si è concentrata sul rapporto che i due autori hanno instaurato con il loro lettore più o meno immaginario.

Dal Bianco, parlando delle sue raccolte Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001) e Prove di libertà (Mondadori, 2012), ha riconosciuto una tensione verso il lettore che ha risvolti quasi escatologici e che è empatica nel primo caso e antipatica nel secondo. Il lettore immaginato da Dal Bianco ha fortemente influito sul suo linguaggio, semplificato appunto per poter meglio distinguere davanti ai suoi occhi un lettore in cui poter credere. Un lettore che deve uscire cambiato dall’incontro con i suoi versi, proprio come lui è uscito cambiato dal confronto con Ariosto o con Zanzotto.

Riccardi, parlando del suo Tormenti della cattività (Garzanti, 2018), una raccolta in cui mostra come l’inizio di ogni storia d’amore sia sempre il momento della relazione più irragionevole, sostiene di non aver mai ceduto al fascino del lettore ideale. Anche lui, rifacendosi a quanto detto da Dal Bianco, ritiene che la poesia debba riuscire a cambiare il lettore incontrandolo, pena la sua inefficacia. Riccardi sottolinea poi come la poesia sia un tipo di componimento che cerca inesorabilmente un rapporto con il lettore: cerca quella corda segreta che possa far vibrare qualcosa all’interno di chiunque le si avvicini.

I relatori hanno quindi voluto indagare il rapporto dei due scrittori con le figure femminili che emergono dalle loro raccolte d’amore.

Dal Bianco spiega che nei suoi versi ha cercato un modo di esplicitare il grosso problema rappresentato dal parlare a nome dell’altro, un compito quanto mai insicuro e rischioso.

Riccardi invece, professandosi disinteressato nei riguardi della sua autobiografia, sostiene che ogni rapporto amoroso sia un grande pendolo che oscilla fra verità assolute e piccole accortezze, e arringa nuovamente il pubblico chiedendogli dove sia il territorio in cui chi scrive parla di sé stesso.

La domanda posta a conclusione dell’incontro si interessa del lessico bellico e guerresco usato dagli ospiti nelle loro rispettive raccolte.

Mentre dai versi di Dal Bianco emerge un “io guerriero” che fatica, combatte e lotta con sé stesso e il mondo per provare a liberarsi in un’approfondita e seria indagine del proprio essere, da quelli di Riccardi spicca uno slittamento dall’azione bellica a quella lavorativa. Questi due mondi, messi in parallelo sotto una luce quasi inquietante, mostrano il lavoro come una drammatica e grottesca liturgia della ferocia: una liturgia guidata e dominata da una fede incondizionata nei numeri, ma al contempo piena di insidie e di menzogne.

Giordano Coccia


Ascolta l’audio integrale:


Letture e biografie:

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco (Padova 1961) insegna «Poetica e Stilistica» all’Università di Siena. Dal 1986 al 1989, con M. Benedetti e F. Marchiori, ha diretto la rivista Scarto Minimo. Dal 1992 al 1994 è stato nella redazione di Poesia. Come studioso e critico si è occupato della metrica di Petrarca, Ariosto, Andrea Zanzotto, e di poesia del Novecento. Di Zanzotto ha curato il Meridiano Mondadori nel 1999 (con G.M. Villalta) e l’Oscar Tutte le poesie (2011).
Libri di poesia: La Bella Mano (Crocetti 1991), Stanze del Gusto Cattivo (in Primo quaderno italiano, Guerini e associati 1991), Ritorno a Planaval (Mondadori 2001; Lieto Colle 20182), Prove di Libertà (Mondadori 2012). Sue poesie sono state tradotte in neerlandese, tedesco, francese, inglese, spagnolo, russo, serbo, sloveno, cinese.


Antonio Riccardi:

Antonio Riccardi è nato a Parma nel 1962. Vive a Sesto San Giovanni (Milano) ed è direttore editoriale della casa editrice Società editrice milanese (SEM).
Ha studiato Filosofia all’Università di Pavia. Dalla fine degli anni Ottanta ha lavorato per Mondadori ed è stato direttore editoriale degli Oscar. Ha pubblicato le raccolte poetiche Il profitto domestico (Il Saggiatore, 1996) e Gli impianti del dovere e della guerra (Garzanti, 2004), Acquarama e altre poesie d’amore (Garzanti, 2009) e il recente Tormenti della cattività (Garzanti, 2018). Ha tenuto conferenze e lezioni in Italia, negli Stati Uniti, in Francia e in Danimarca. Collabora a diverse riviste e giornali e fa parte del comitato di redazione di Nuovi Argomenti e di Letture. Ha curato, con Maurizio Cucchi, il volume Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), l’Almanacco dello Specchio (Mondadori, edizioni 2005-2011) e il volume di saggi Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine (Sellerio, 2014). Per le sue opere ha ricevuto, fra gli altri, il Premio Dessì, il Premio Brancati, il Premio LericiPea, il Premio Mondello.

La poesia di oggi: introduzione

Ad un anno dal primo incontro della rassegna poetica “MediumPoesia: Poesia e Contemporaneo”, organizzata da Lampioni Aerei in collaborazione con MediumPoesia e il negozio civico ChiAmaMilano, si ripercorrono le linee principali di un evento che ha visto protagonisti Lorenzo Cardilli, fondatore del blog “La Balena Bianca”, e Paolo Giovannetti, autore del libro “La poesia italiana negli anni Duemila” (Carocci Editore).

Da sinistra: Michele Milani, Francesco Ottonello, Paolo Giovannetti e Lorenzo Cardilli

L’idea di una rassegna poetica nasce dalla necessità di orientarsi all’interno del panorama difficilmente inquadrabile dei poeti nati fra gli anni ’40 e gli anni ’90 ancora in vita e di indagare i rapporti che intercorrono più o meno caoticamente fra poesia e contemporaneità, fra poesia e mondo dei media.

Michele Milani e Francesco Ottonello, membri di Lampioni Aerei e fondatori di MediumPoesia, calati nei panni di relatori, hanno interrogato gli ospiti riguardo aspetti quale l’auto-vittimismo dei poeti, i pregiudizi del pubblico verso la poesia contemporanea e la funzione morale di quest’ultima: tutto ciò nell’ottica di indagare le difficoltà della poesia nell’imporsi in un mondo editoriale e di letture dominato da romanzi best-seller.

Giovannetti e Cardilli, attraverso le loro risposte, delineano un ritratto della poesia italiana contemporanea: un ritratto che vede la poesia con un ruolo marginale sia nell’educazione sia nei gusti del pubblico, di cui tuttavia si ha sempre bisogno; una poesia che può anche essere difficile da leggere, ma che offre un’esperienza interiore e solipsistica necessaria, da non confondere con quelle offerte dalla musica o dal romanzo. 

Giovannetti in particolare fa notare come un libro di poesia sia ben diverso da ogni altra categoria, in quanto lascia più spazio al lettore nelle sue facoltà di saltare pagine, di procedere in ordine sparso e soprattutto di rileggere. Proprio l’atto di rileggere nelle parole degli invitati risulta importante in un approccio con la poesia: un incontro solitario con il testo che non disdegna, anzi implica, la ripetizione.

Tradizione, canone e Avanguardie sono alcuni aspetti affrontati dai due ospiti. Dalle risposte di Giovannetti e di Cardilli emerge un panorama difficilmente inquadrabile, in cui l’onda lunga del lirismo poetico si incontra con “la tradizione delle Avanguardie” sino a giungere ad esperienze estremamente sperimentali e performanti quali quella di Marco Ceriani, che arriva a dare fuoco a una delle sue poesie mentre la sta scrivendo. 

Altro aspetto, tanto spinoso quanto interessante, è il confronto sempre più necessario tra la poesia e i social media, uno scontro da cui la poesia non deve ritirarsi spaventata e anzi da cui trarre un nuovo contatto con il pubblico.

Con un estratto di un articolo di Alberto Casadei, i relatori hanno poi evidenziato una possibile crepa nel sistema scolastico, una crepa che tende ad allontanare i lettori dalla poesia non appena finita la scuola dell’obbligo, diversamente da quanto avviene in altri paesi quali la Francia e la Russia. Cardilli pone qui in risalto la questione della metrica libera, un peso che la poesia italiana porta a causa (o per merito) della poesia novecentesca, che, con questa estrema liberazione del verso, ha reso estremamente distante la memorizzazione, tanto da renderla un compito faticoso. La perdita dell’oralità nella poesia italiana non permette infatti di rifarsi troppo da vicino alla tradizione e tramuta la poesia in un oggetto che deve solo essere guardato.

La lettura di due poesie “semplici”, una di Fabio Pusterla e una di Umberto Fiori, introduce infine la “leggermente mostruosa” esperienza della “prosa in prosa” di Tiziano Rossi e di Andrea Inglese, un rilancio della tradizione della “poesia in prosa” nonché un tipo di poesia opposto alle letture precedenti: espressione massima di una poesia che si riduce a segno nero sulla pagina che non significa più.

Giordano Coccia